magistero dialogante

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Cardinale Jean-Louis Tauran

  1. Ponti, non muri.

Papa Francesco solitamente contrappone due immagini, quella della costruzione dei ponti e quella della costruzione dei muri, che permettono di misurare tutta la distanza tra l’Europa che papa Francesco sogna e quella esistente. Il recente conferimento del premio Carlo Magno è stata per lui un’occasione per ricordare all’Europa la sua vocazione umanistica, che è vocazione all’apertura e alla solidarietà. Nel ricevere il premio, Francesco ha detto che “l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, essa gli arreca meschinità […]. La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa”.

  1. Il precedente paolino.

Per comprendere lo stile “dialogante” di papa Francesco sarebbe interessante qui fare riferimento a un precedente che risale molto indietro nel tempo, addirittura alla prima generazione cristiana. Quando l’Apostolo Paolo giunse a Roma, in attesa di essere giudicato dall’imperatore al quale si era appellato per sfuggire a un tentativo di omicidio a Gerusalemme, gli fu concesso di abitare per conto suo, benché con un soldato di guardia (At 28,16).

Il dettaglio interessante narrato da Luca è che, già dopo tre giorni dal suo arrivo a Roma , egli fece chiamare i notabili dei Giudei e avendo fissato con lui un giorno, molti andarono da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano (cfr At 28,17a.23-24).

Come Paolo, papa Francesco è giunto a Roma, in qualche modo “prigioniero del Vangelo”, e fin dall’inizio del pontificato, ha iniziato il dialogo con i seguaci delle altre tradizioni religiose: “La Chiesa cattolica è consapevole dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose – questo voglio ripeterlo: promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose”[1]. Per lui il dialogo dell’amicizia non implica nulla di superficiale o buonista. Si tratta piuttosto di “una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose” (Evangelii Gaudium 250).

  1. Dialogo come incontro di pensieri.

Lo scorso 4 maggio, ai partecipanti ad un incontro di studio organizzato dal nostro Dicastero con il Royal Institute for Interfaith Studies di Amman, papa Francesco ha detto che “il dialogo è uscire da se stessi, con la parola, e ascoltare la parola dell’altro. Le due parole si incontrano, i due pensieri si incontrano. E’ la prima tappa di un cammino. Dopo questo incontro della parola, i cuori si incontrano e incomincia un dialogo di amicizia, che finisce con la stretta delle mani. Parola, cuore, mani. E’ semplice! Lo sa fare un bambino… Perché non farlo noi? E questo è – piccolo, piccolo, piccolo – il passo della costruzione, dell’amicizia, della società. Tutti abbiamo un Padre comune: siamo fratelli. Andiamo su questa strada, che è bello!”. E sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso il 23 maggio, nello storico incontro con Ahmed al-Tayyeb, grand imam dell’Università Al-Azhar del Cairo: “Il nostro incontro è il messaggio”. Una stretta di mano che ha fatto il giro del mondo, a significare il rinnovato impegno comune delle autorità e dei fedeli delle grandi religioni per la pace nel mondo, il rifiuto della violenza e del terrorismo, l’attenzione alla situazione dei cristiani nel vicino Oriente.

Per comprendere meglio in che senso il magistero di Papa Francesco non è solo un magistero di dialogo, ma un magistero “dialogante”, si può citare quanto ha affermato Eugenio Scalfari nel corso della serata “Processo al potere” al Teatro Eliseo a Roma: “Questo Papa non è guerriero, è rivoluzionario […]. Lui nomina anche nei posti più alti persone che non gli assomigliano e che lo combattono[…]. Io ho detto al Papa: la fede unisce, ma nel Sinodo, dove sono tutti uomini di fede, poi non convergono su alcuni punti, e alcuni di questi lei li ha messi in testa. E lui mi ha risposto: ‘sì, perché la prima cosa da fare tra noi cristiani è ascoltare e farsi ascoltare’. Cose che poi ho trovato scritte sull’Osservatore Romano: le norme vanno rispettate e mai abbandonate, però quando si applicano si lavora con discernimento, caso per caso”[2].