matrimonio

Colpiscono la profondità, la trasparenza e la mitezza con le quali il cardinale Francesco Coccopalmerio, “Ministro” vaticano della Giustizia, legge ed analizza dall’interno il capitolo ottavo dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, quello che sin dal titolo, «Accompagnare, discernere e integrare la fragilità» ‒ e dedicato alle situazioni “cosiddette” irregolari di tante relazioni matrimoniali e di coppia ‒ ha sollevato opposizioni e dure critiche sia all’interno della Chiesa sia fuori, che vanno crescendo e diffondendosi anche sui mass media. 
Proprio per l’acutezza dell’ermeneutica e per la trasparenza dell’analisi filologica utilizzate dal cardinale Coccopalmerio ‒ capace di far dialogare in profondità i passaggi più rilevanti dell’esortazione con i testi di riferimento del Vaticano II e della Familiaris consortio di Giovanni Paolo II da una parte, e con la grande tradizione dall’altra, in primis con i fondamenti delineati da Tommaso d’Aquino ‒ ne consigliamo l’attenta lettura ai tanti che ne hanno frainteso il senso e il significato.
Chiunque abbia una visione disinteressata e pura di cuore, potrà comprendere, leggendo queste pagine del cardinale Coccopalmerio, come la magistrale esortazione di papa Francesco costituisca una chiara, coraggiosa e geniale riaffermazione della purezza della dottrina cattolica in tema di matrimonio e di famiglia (dottrina com’è  noto delineatasi nel corso del secondo millennio cristiano), considerata come parola vivente che tramanda il fuoco della tradizione, e in quanto tale capace di confrontarsi e di illuminare le sfide del tempo presente, illuminando aspetti nuovi dell’ infinita ricchezza contenuta nel Vangelo. «Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi ‒ scrive papa Francesco nell’esortazione (n. 3), e ribadisce con forza il Cardinale ‒ ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano».

Perla e chiave di lettura dall’Esortazione rimane ‒ osserva il cardinale Coccopalmerio ‒ la considerazione secondo la quale la norma generale non può rendere ragione di tutte le circostanze particolari di vita di una persona, ma che ‒ prosegue citando san Tommaso ‒ «più si scende nel particolare, tanto più aumenta l’indeterminazione» (Amoris laetitia, 304). La stessa Commissione Teologica Internazionale aveva affermato che «La legge naturale non può essere presentata come un insieme costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione» (Amoris laetitia, 305).
In termini più laici potremmo dire che la legge non mette mai al riparo dai rischi della realtà, e che per questo bisogna dilatare l’orizzonte dalla giustizia, dal giudizio, alla misericordia, in cui consiste la pienezza della stessa giustizia.
È questo quello che emerge, con trasparenza, dalla riflessione del Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi. Come si fa, allora, a parlare di “confusione” dottrinale da parte di papa Francesco? Certo, il cammino pastorale, teologico e spirituale, intrapreso da Bergoglio è un cammino d’altura, che esige da parte di tutti, e in primis dai Pastori, una radicale conversione pastorale, che è anche conversione spirituale e culturale. E questo non è sempre facile. (Raffaele Luise)

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Card. Francesco Coccopalmerio

 

Il Capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Postsinodale Amoris laetitia è intitolato in modo significativo: “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità”.

Credo risulti utile offrire in questa sede non una riflessione teoretica a partire dai testi dell’Esortazione, bensì una lettura dei testi stessi, che ci consenta, da una parte, di svolgere una riflessione teoretica sui vari punti del documento e, dall’altra, di conoscere in forma diretta e perciò di gustare in originale i testi del documento stesso.

La lettura dei testi sarà, dunque, una lettura guidata, che, tuttavia, seguirà non l’ordine numerico dei paragrafi del Capitolo ottavo, bensì il susseguirsi degli argomenti che abbiamo sotto specificato. Compresi, però, i singoli testi nella logica degli argomenti, sarà forse più facile  rileggerli poi e comprenderli secondo l’ordine numerico.

Ciò premesso, mi pare utile distinguere e presentare sei argomenti:

  1. L’esposizione della dottrina della Chiesa relativamente a matrimonio e famiglia;
  2. L’atteggiamento pastorale della Chiesa verso quelle persone che si trovano in situazioni non regolari;
  3. Le condizioni soggettive o condizioni di coscienza delle diverse persone nelle diverse situazioni non regolari e il connesso problema della ammissione ai sacramenti della Penitenza e della Eucaristia;
  4. La relazione tra dottrina, norma generale e persone singole in situazioni particolari;
  5. La integrazione, cioè la partecipazione alla vita della Chiesa e anche alla ministerialità della Chiesa da parte delle persone che si trovano in situazioni non regolari;
  6. L’ermeneutica della persona in Papa Francesco.

 

Raffaele Luise

Don Sergio Mercanzin

Marco Vergottini

 

Una delle novità intervenute con i due Sinodi sulla famiglia ‒ quello straordinario del 2014 e quello ordinario che inizierà fra pochi giorni ‒ è stata la scelta di avviare un’ampia consultazione delle Chiese locali sulle questioni affrontate da parte dei Padri in assemblea. Per questo motivo come battezzati, intendiamo offrire ‒ in punta di piedi, senza sicumera, in spirito di piena parresìa evangelica ‒ alcune considerazioni sul prossimo Sinodo.

 

  1. Leggiamo in Misericordiae vultus che «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia… La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole». Questo appello ci sollecita come credenti a confidare che, anche nelle prove in cui pare di non vedere più alcuna via d’uscita, Dio sa aprire una via nuova. La misericordia di Dio è affidabile, a condizione che ‒ donne e uomini, pastori e fedeli ‒ siamo disposti ad affidarci a essa.
  2. Nei confronti di quanti tendono a leggere la post-modernità in chiave esclusivamente negativa, occorre vedere i germi di speranza che sono al suo interno. Il più largo accesso alla cultura, ad esempio, porta a essere maggiormente responsabili sulle decisioni riguardanti la famiglia e la generazione. I progressi della medicina con la capacità di curare le malattie, compresa l’infertilità e l’uso delle biotecnologie, sono sicuramente un luogo in cui leggere la volontà di Dio di esprimere, attraverso la creatività dell’uomo a cui Egli ha affidato il mondo, la potenza e la gioia amorosa della Sua forza creatrice.
  3. L’appello che taluni settori ecclesiastici fanno alla “legge naturale” come soluzione di molte questioni in tema di sessualità e legame matrimoniale rischia l’ambiguità, in quanto non si può parlare di “natura” se non all’interno di una realtà sociale, culturale, economica, religiosa. La persona umana è libertà che accoglie la propria struttura corporea, il suo rapportarsi agli altri, alla storia, alla cultura, al contesto sociale e politico, alla religione. Non si può pensare alla natura della donna e dell’uomo come a qualcosa che si realizzi al di fuori della storia, nel senso che non c’è accesso all’universale antropologico (natura) se non a partire dalle differenti esperienze culturali e personali. Tutto ciò ha delle evidenti ripercussioni su molti temi presenti nel Sinodo, quale quello del matrimonio, delle famiglie, degli anticoncezionali, degli omosessuali ecc.
  4. Se la Chiesa è madre, tutti i suoi figli (in quanto battezzati) fanno parte della comunità e niente deve poterli escludere da essa. Tutta la storia della salvezza mostra l’amore fedele di Dio per il popolo; un amore che ancora oggi è disposto a perdonare. Tale perdono suscita una risposta della persona umana al dono gratuito di Dio e spinge alla conversione; rimette in cammino, anche se talora il cammino deve fare i conti con situazioni che non possono cambiare (per esempio, divorziati risposati).
  5. La santa Chiesa è anche la Chiesa dei peccatori, che talvolta si presenta coi panni della prostituta infedele e che sempre deve percorrere la via della conversione, del rinnovamento e della riforma (LG 8; UR 4). Ciò vale per lo stesso matrimonio cristiano. Si tratta di un grande mistero in relazione a Cristo e alla Chiesa (Efesini 5, 32). Non sempre è dato realizzare nella vita questo mistero in modo pieno, ma sempre soltanto in forma frammentaria. In questo senso il matrimonio dei credenti è sotto molti aspetti un segno incompleto e vulnerabile dell’alleanza. I coniugi permangono in cammino e si ritrovano sotto la legge della gradualità (Familiaris consortio, 34). Hanno sempre bisogno della conversione e della riconciliazione e sono sempre di nuovo rinviati al Dio ricco di misericordia.
  6. Circa l’indissolubilità del matrimonio, il messaggio di Gesù racchiuso in Marco 10,11-12 costituisce l’annuncio del dono e l’invito a seguire la logica e la radicalità del Regno, piuttosto che risultare soltanto un codice prescrittivo e normativo. È in questa luce che andrebbero comprese le parole di Matteo 19, 9: se non in caso di porneia e quelle dell’apostolo Paolo (1 Corinti 7, 10-16) a proposito dei matrimoni dei convertiti, dove è messa in luce una chiara distinzione tra le parole di Gesù e le applicazioni concrete che in quel preciso momento si pongono.
  7. L’esclusione dei divorziati risposati dall’eucaristia pone dei problemi; essa, infatti, non è un premio per i perfetti, ma un sostegno per il cammino della vita. Inoltre, escludendoli dall’accesso all’eucarestia, si nega ai divorziati risposati una testimonianza importantissima nei confronti dei figli. Se la Chiesa nella storia dei primi secoli ha voluto accogliere nel suo seno i cosiddetti “lapsi” – cioè coloro che, sotto la minaccia delle persecuzioni, hanno rinnegato il battesimo, compiendo atti di adorazione verso gli déi pagani – non si vede il motivo per non approntare un itinerario di penitenza e di riammissione ai sacramenti per i divorziati risposati.
  8. A riguardo della contraccezione, l’attuale situazione realizza nei fatti una doppia verità morale: una oggettiva (la legge) e una soggettiva (la pratica pastorale). Il messaggio dell’Humanae vitae circa il valore della sessualità come grammatica dell’amore coniugale e il nesso imprescindibile tra sponsalità e generazione deve essere nuovamente riscoperto. L’accoglienza del figlio, nel rispetto della qualità dialogica della relazione di coppia, esige una decisione responsabile che non può essere garantita a priori da nessun metodo contraccettivo. Un metodo cosiddetto naturale può essere accompagnato da un egoismo della coppia, così come un metodo considerato artificiale può mantenere un’apertura alla fecondità. Il compito vero è, dunque, quello di educare la coscienza a riconoscere quell’appello, che essa non si dà e che è la voce di Dio, che la chiama a volere il bene.
  9. Se una coppia di persone omosessuali decide di vivere la propria relazione affettiva in modo fedele, non si può valutare a priori questa decisione come negativa sotto il profilo morale, perché il discernimento deve necessariamente fare i conti con le possibilità effettive di un soggetto e queste sono legate alla sua storia e al suo vissuto, personale e culturale. La comunità cristiana deve accogliere al suo interno, senza discriminazioni, coloro che hanno un orientamento omosessuale e decidono di seguire il Signore Gesù.
  10. Che cosa potranno dire e decidere i padri sinodali? Forse non potranno risolvere tutte le questioni aperte. Quello che pare di poter raccomandare è che il Sinodo dei Vescovi e l’intera comunità cristiana sappiano “abitare le domande” delle famiglie e delle donne e degli uomini del nostro tempo, Sapendo che il primato è di Cristo e ciò che conta è la relazione con Lui. Se poi il Signore Gesù accende un fuoco che purifica e non spegne il lucignolo fumigante, consegue che la Chiesa debba essere tanto franca nell’ammonire, quanto pronta a guarire, poiché salus animarum suprema lex.

 

*** ESCLUSIVA IN ITALIANO del testo pubblicato in Stimmen der Zeit (2015/7), pp. 435-445

     1.  Un problema spinoso e complesso

La questione dell’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti non è un problema nuovo e non è un problema tedesco. La discussione attorno a tale questione si sviluppa da anni a livello internazionale.[1] Papa Giovanni Paolo II si è pronunciato in proposito nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio (FC) (1982) (n. 84) a favore della prassi ecclesiale vigente. Nell’esortazione Reconciliatio et paenitentia (1984) (n. 34) ha ribadito espressamente questa posizione. Essa è entrata nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1993) (n. 1650) e nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994.[2] Papa Benedetto l’ha confermata nella sua esortazione apostolica Sacramentum caritatis (SC) del 2007 (n. 29).

Papa Giovanni Paolo II ha parlato di una questione difficile e quasi insolubile, papa Benedetto di un problema difficile e spinoso. Non è quindi sorprendente che la discussione sulla questione da allora non si sia placata. Essa non riguarda solo i cristiani che ne sono toccati immediatamente, ma anche molti cristiani praticanti e impegnati che sono sposati da cinquant’anni o più, non hanno mai pensato al divorzio, ma sperimentano ora dolorosamente il problema nei loro figli e nipoti. I loro figli, a loro volta, nella maggior parte dei casi solo con difficoltà riescono a trovare la via che li conduce ai sacramenti, se i loro genitori non possono dare loro l’esempio. Non c’è quasi nessuna famiglia che non sia toccata da questi problemi. È dunque comprensibile che il problema sia avvertito come scottante da molti pastori e confessori, teologi e vescovi.

Come ci si poteva attendere, la questione si è accesa di nuovo ed è stata oggetto di controversie alla vigilia e nel corso del Sinodo straordinario dei Vescovi del 2014.[3] Il Sinodo ordinario del 2015 deve portare a termine la discussione delle questioni e presentarle al papa perché prenda una decisione. Nelle considerazioni seguenti cerco soltanto di chiarire e di approfondire la problematica, per quanto mi è possibile.

Premessa: Il termine gender in inglese rimanda a una classe di nomi che richiama il sesso, mentre in italiano (dal latino genus) il rimando non è solo al sesso, ma anche alla specie, quindi alla natura. Ormai, però, in italiano il termine gender viene usato con lo stesso significato che ha in inglese.

La questione del gender compare in ambito femminista di lingua inglese negli anni ’70. Studi antropologici, sociologici ed economici condotti da alcune studiose avevano mostrato come le differenze esistenti tra i sessi erano da attribuirsi a cause sociologiche e culturali piuttosto che alle differenze biologiche. Questo termine gender viene usato contrapposto a sex, intendendo indicare con il termine sex le caratteristiche biologiche genotipiche (costituzione genetica) e fenotipiche del soggetto (la sua morfologia, le sue proprietà fisiologiche, biochimiche ecc).

L’identità femminile e maschile non è rigidamente determinata dagli aspetti biologici, ma si esprime e viene compresa in un ambito culturale, storico, sociale, politico e religioso.

Altri studi affronteranno poi il tema dei ruoli sociali, quelli del potere in una società ad egemonia maschile al fine di liberare le donne dall’oppressione di cui sono vittime.