migrazioni

migrazioni-e

Padre Giulio Albanese

Papa Francesco ha dato grande rilevanza al tema delle migrazioni nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2018. Nel testo tra l’altro si legge l’auspicio che, lungo il corso dell’anno, si pervenga “alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche”.  In effetti, chiunque abbia vissuto nelle periferie del nostro povero mondo – pensiamo, ad esempio ai nostri missionari e volontari – è consapevole della complessità del fenomeno migratorio. A parte i tradizionali scenari di guerra, quasi mai è rintracciabile una sola ragione che determini l’abbandono del proprio paese: nessuno è profugo per caso. Infatti, le migrazioni sono originate da una serie di fattori che interagiscono tra loro: persecuzioni politiche, religiose, carestie, esclusione sociale, violazioni dei diritti umani… Tutte cause che generano uno stato di diffusa insicurezza e precarietà, con particolare riferimento al versante Medio Orientale e all’Africa Subsahariana, da cui è giunto in questi anni il grosso della mobilità umana verso l’Europa. Proviamo, allora, a fare il punto sulla situazione.

Tra il 1 gennaio e il 30 novembre 2017 sono sbarcate in Italia 116.076 persone. Lo si evince dal computo fornito dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). Un dato in netta diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2016, quando arrivarono sulle coste del Bel Paese 173.015 persone (-33%). Da rilevare che tra i paesi di provenienza più rappresentati nel 2017 figurano la Nigeria (16,6% degli arrivi, circa 17 mila persone), la Guinea (9%, 9 mila persone), il Bangladesh (8,5%, 8.800 persone) e la Costa d’Avorio (8,5%, 8.800 persone). Seguono Mali, Sudan, Senegal, Eritrea, Gambia. Si tratta, pertanto, di una mobilità umana a stragrande maggioranza africana. Parlare, dunque, di un’invasione è fuori luogo, considerando, peraltro, che un Paese come l’Uganda, nel cuore della regione africana dei Grandi Laghi, attualmente accoglie un milione di rifugiati; nella sola zona del West Nile sono ospitati 450mila profughi sudsudanesi. E cosa dire dell’Etiopia che conta 500mila rifugiati provenienti anch’essi dal Sud Sudan? Da rilevare che i governi europei, in linea di principio, sono disposti ad accettare i “rifugiati” e non i “migranti economici”.  Si tratta di una distinzione a dir poco fuorviante. Ammesso pure che vi fossero solo due categorie, come affermava nell’ormai lontano 1973 un certo Egon Kunz, che elaborò la suddetta distinzione, meglio nota come “push/pull theory” – coloro che partono per necessità (i pushed) e chi lo fa invece per scelta (i pulled) – il paradosso è evidente.

Se il migrante scappa dalla guerra o è perseguitato da un regime totalitario può essere accolto (qualificandosi appunto come rifugiato), se invece fugge da inedia e pandemie, in quanto nel suo paese non esistono le condizioni di sussistenza, non può partire e deve accettare inesorabilmente il suo infausto destino. E dire che molti popoli del Sud del mondo sono penalizzati proprio dalla globalizzazione dei mercati che non hanno certo inventato i migranti. Detto questo, è bene sottolineare che nel 2017 il flusso migratorio dalla sponda africana è notevolmente diminuito rispetto agli anni precedenti. Nel febbraio dello scorso anno, infatti, è stato siglato un accordo tra l’Italia e il governo di Tripoli (che controlla pochi scampoli di territorio libico), stabilendo così una collaborazione reciproca per la riduzione dei flussi in partenza dalla Libia. L’intesa è stata successivamente rafforzata a luglio, consentendo alla guardia costiera italiana di operare nelle acque libiche a supporto di quella agli ordini del presidente libico Fayez al-Sarraj. Com’è noto, questa strategia è stata molto criticata da più parti, a seguito soprattutto di rivelazioni giornalistiche, prima dell’agenzia Associated Press e poi dell’emittente televisiva CNN. Quest’ultima ha mostrato al mondo come i migranti vengano venduti all’asta in Libia. Il sospetto che il nostro governo possa aver stretto accordi con milizie libiche, vale a dire i famigerati trafficanti, fino a ieri nemici pur di impedire le partenze dalle coste libiche, è a dir poco inquietante.