misericordia

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Raniero La Valle

 

Dopo cinque anni di papa Francesco, certamente si può confermare ciò che già apparve all’inizio del pontificato, e cioè che egli fosse venuto per riaprire, a un’umanità che l’aveva chiusa, la questione di Dio[1]. E infatti il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più “tremendum” ma solo “fascinans”. Però oggi dire questo non basta più. Ci vuole una sorta di “relectio de papa Francisco”, una rilettura che vada al di là dei due stereotipi in base a cui oggi si parla di lui: quello dell’esaltazione e quello della denigrazione: apologetica contro riprovazione. Mi pare invece che l’approccio giusto sia quello di una interpretazione: il pontificato di Francesco va interpretato perché nasconde un mistero. Come si parlò di un “mistero Roncalli”, “le mystère Roncalli”, alludendo al mistero o carisma del papa che aveva convocato il Concilio, così c’è un segreto di questo pontificato che va interrogato, che va svelato.  E forse da questa interpretazione, anche dopo che esso sarà concluso, dipenderà il futuro della Chiesa.

C’è un’interpretazione diffusa di questo pontificato come di un pontificato profetico. E certamente è verissima, né è smentita dal fatto che esso sia contrastato, perché anzi è proprio della profezia essere combattuta. Però se fosse solo profetico, non ci sarebbe niente di veramente straordinario, perché la storia della Chiesa, sia sul versante della successione apostolica che sul versante della tradizione dei discepoli, è piena di profeti, papi compresi: basta pensare a Leone Magno che con la sua lettera a Flaviano dona alla Chiesa la fede di Calcedonia, o a Gregorio Magno che attraverso la figura di san Benedetto è il vero padre dell’Europa.   

Io però penso che si possa dare un’interpretazione ulteriore, come non solo di un pontificato profetico, ma di un pontificato messianico.

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Giorgio Maiocchi

Nel magistero di papa Francesco c’è la predicazione di un cristianesimo maturo che può presentarsi alla misericordia di Dio. Non sono certo io nelle condizioni di ermeneuta di papa Francesco, ma è quello che capisco dal suo insegnamento.

E se capisco bene è veramente una discontinuità pur essendo nella direzione dei suoi predecessori, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, è uno “scalino”.

Innanzi tutto perché sostanzia sul piano pastorale la distinzione giovannea tra l’errore e l’errante. È il superamento di una valutazione meccanicistica tra norma, indifferenziata, e comportamento individuale e specifico, per andare verso l’assunzione di una responsabilità consapevole posta tra le proprie forze, la propria storia personale, e l’obiettivo morale da raggiungere.

In ambienti diversissimi per ceto sociale e istruzione, si trova un’ampissima platea di persone che ascolta famelica le parole del papa. Sono cristiani che definirei “borderline”, non increduli, ma per i quali l’educazione cristiana ricevuta è rimasta sullo sfondo, non più in sintonia con le categorie mentali del mondo attuale.  Sono stretti tra una predicazione prescrittiva-esortativa che ripete luoghi comuni già sentiti e la necessità di risposte articolate ai problemi posti dall’esistenza.

Sono smarriti, vedono la Chiesa come un insieme di adempimenti e di devozioni che per loro hanno perso significato non essendo stati portati alla radice della fede con le “parole del proprio tempo”. Tempo che vuole sapere di fondamenti “scientifici” non di auctoritas. Nel peggiore dei casi vedono la Chiesa come un universo politico e non come un universo simbolico ordinato alla pienezza dell’uomo e alla salvezza. Scorgono adesso nel papa un cristianesimo non più arcigno che merita di essere rivisitato.

 

Il grande teologo benedettino Ghislain Lafont ha pubblicato di recente un pamphlet dal titolo Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco (EDB, Bologna 2017). A suo giudizio, le forti resistenze che papa Francesco sta incontrando nel processo di riforma della Chiesa, in sostanziale continuità con l’ecclesiologia del concilio Vaticano Il, contribuiscono a delineare il carattere profetico del suo pontificato. La profezia, infatti, non appare mai immediata mente in continuità con il passato e suscita inizialmente resistenze e incomprensioni. Il primato che il pontefice riserva al termine «misericordia» offre nuove chiavi di lettura: un’idea di verità cristiana come «poliedro», dove i piani diversi che convergono configurano la ricerca in termini di discernimento, e una prassi ecclesiale incentrata sul metodo sinodale: l’immagine è una «piramide rovesciata» che indica la direzione di marcia impressa alla riforma.

Per gentile concessione dell’Editore riproduciamo il capitolo conclusivo del saggio.

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Da diversi anni mi chiedo come potrei riassumere il messaggio del concilio Vaticano II. Sono arrivato alla formula che ho messo in esergo: «Dio è misericordia ed è consentito essere uomini». Papa Francesco ha ribadito l’idea che Dio è misericordia e di recente, nella lettera Misericordia et misera, ha scritto: «La misericordia eccede; va sempre oltre» (n. 19), che mi ha confermato nella mia scelta di tradurre la misericordia come amore in eccesso, excessus amoris. La definizione ci invita a una nuova contemplazione di Dio, che solo lo Spirito Santo può rivelare al cuore dell’uomo nella preghiera. Essa invita anche a una reciprocità e dà una forza nuova alla parola del vangelo: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). L’uomo, anche lui, deve tendere a essere misericordia. Quanto dice Francesco ci fa comprendere meglio le parole di Paolo: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), e dà alle stesse una portata che supera il comportamento morale: si tratta di raggiungere il luogo della nostra divinizzazione Sotto questa luce si può meditare sull’esortazione di Francesco ad andare alle periferie, ad accogliere i poveri, a farsi uno di loro: è quello per gli uomini il luogo dell’amore in eccesso.

Che si tratti di Dio o che si tratti dell’uomo, la misericordia esclude ogni durezza o rigidità; invita alla sensibilità, nel senso più nobile del termine. Si può andare ancora oltre? La misericordia invita ad acquisire una coscienza serena di sé, delle proprie possibilità, delle proprie tendenze, del modo unico secondo il quale si può veramente esistere. Vi è una legittima filautia da non trascurare: l’amore, secondo Gesù nel vangelo, è «amore di Dio e del prossimo come se stessi». La misura dell’amore del prossimo dunque è l’amore di sé, che è quanto forse maggiormente difetta nell’uomo. Reciprocamente, l’amore di sé rimanda all’amore degli altri e i due all’amore di Dio e per Dio. La misericordia consente tale gioco dell’amore nell’intimo di ogni comunità.

This HO picture provided by Vatican newspaper L'Osservatore Romano show Pope Francis closes the Holy Door at Saint Peter's Basilica to mark the end of the Jubilee of Mercy at the Vatican, 20 November 2016. 
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Bruno Secondin 

 

Sorprese non ne sono mancate durante questo Giubileo della misericordia, concluso ieri con la chiusura della porta santa della Basilica di San Pietro. Già lo stesso annuncio, nella primavera del 2015, aveva colto tutti di sorpresa. Ma quello che è avvenuto durante l’intero periodo della celebrazione ha superato ogni illusione di partenza ‒ espressa da molti, anche autorevoli osservatori ‒ che fosse un Giubileo in tono minore, più di intimismo devoto che di esperienza ecclesiale creativa. Con gesti inediti, come le visite ai centri della marginalità dei venerdì della misericordia; con i suoi viaggi presso le periferie più estreme, si pensi solo a Lesbo, o all’apertura della porta santa anticipata di una settimana a Bangui; con l’invenzione dei missionari della misericordia e la convocazione dei senza dimora o dei carcerati per vivere insieme il Giubileo, e mille altre iniziative sorprendenti, Francesco ha dato alla cultura della misericordia il vero spessore della vita, mandando in tilt ogni pia abitudine.