Papa Francesco

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Giorgio Maiocchi

Nel magistero di papa Francesco c’è la predicazione di un cristianesimo maturo che può presentarsi alla misericordia di Dio. Non sono certo io nelle condizioni di ermeneuta di papa Francesco, ma è quello che capisco dal suo insegnamento.

E se capisco bene è veramente una discontinuità pur essendo nella direzione dei suoi predecessori, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, è uno “scalino”.

Innanzi tutto perché sostanzia sul piano pastorale la distinzione giovannea tra l’errore e l’errante. È il superamento di una valutazione meccanicistica tra norma, indifferenziata, e comportamento individuale e specifico, per andare verso l’assunzione di una responsabilità consapevole posta tra le proprie forze, la propria storia personale, e l’obiettivo morale da raggiungere.

In ambienti diversissimi per ceto sociale e istruzione, si trova un’ampissima platea di persone che ascolta famelica le parole del papa. Sono cristiani che definirei “borderline”, non increduli, ma per i quali l’educazione cristiana ricevuta è rimasta sullo sfondo, non più in sintonia con le categorie mentali del mondo attuale.  Sono stretti tra una predicazione prescrittiva-esortativa che ripete luoghi comuni già sentiti e la necessità di risposte articolate ai problemi posti dall’esistenza.

Sono smarriti, vedono la Chiesa come un insieme di adempimenti e di devozioni che per loro hanno perso significato non essendo stati portati alla radice della fede con le “parole del proprio tempo”. Tempo che vuole sapere di fondamenti “scientifici” non di auctoritas. Nel peggiore dei casi vedono la Chiesa come un universo politico e non come un universo simbolico ordinato alla pienezza dell’uomo e alla salvezza. Scorgono adesso nel papa un cristianesimo non più arcigno che merita di essere rivisitato.

 

Il grande teologo benedettino Ghislain Lafont ha pubblicato di recente un pamphlet dal titolo Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco (EDB, Bologna 2017). A suo giudizio, le forti resistenze che papa Francesco sta incontrando nel processo di riforma della Chiesa, in sostanziale continuità con l’ecclesiologia del concilio Vaticano Il, contribuiscono a delineare il carattere profetico del suo pontificato. La profezia, infatti, non appare mai immediata mente in continuità con il passato e suscita inizialmente resistenze e incomprensioni. Il primato che il pontefice riserva al termine «misericordia» offre nuove chiavi di lettura: un’idea di verità cristiana come «poliedro», dove i piani diversi che convergono configurano la ricerca in termini di discernimento, e una prassi ecclesiale incentrata sul metodo sinodale: l’immagine è una «piramide rovesciata» che indica la direzione di marcia impressa alla riforma.

Per gentile concessione dell’Editore riproduciamo il capitolo conclusivo del saggio.

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Da diversi anni mi chiedo come potrei riassumere il messaggio del concilio Vaticano II. Sono arrivato alla formula che ho messo in esergo: «Dio è misericordia ed è consentito essere uomini». Papa Francesco ha ribadito l’idea che Dio è misericordia e di recente, nella lettera Misericordia et misera, ha scritto: «La misericordia eccede; va sempre oltre» (n. 19), che mi ha confermato nella mia scelta di tradurre la misericordia come amore in eccesso, excessus amoris. La definizione ci invita a una nuova contemplazione di Dio, che solo lo Spirito Santo può rivelare al cuore dell’uomo nella preghiera. Essa invita anche a una reciprocità e dà una forza nuova alla parola del vangelo: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). L’uomo, anche lui, deve tendere a essere misericordia. Quanto dice Francesco ci fa comprendere meglio le parole di Paolo: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), e dà alle stesse una portata che supera il comportamento morale: si tratta di raggiungere il luogo della nostra divinizzazione Sotto questa luce si può meditare sull’esortazione di Francesco ad andare alle periferie, ad accogliere i poveri, a farsi uno di loro: è quello per gli uomini il luogo dell’amore in eccesso.

Che si tratti di Dio o che si tratti dell’uomo, la misericordia esclude ogni durezza o rigidità; invita alla sensibilità, nel senso più nobile del termine. Si può andare ancora oltre? La misericordia invita ad acquisire una coscienza serena di sé, delle proprie possibilità, delle proprie tendenze, del modo unico secondo il quale si può veramente esistere. Vi è una legittima filautia da non trascurare: l’amore, secondo Gesù nel vangelo, è «amore di Dio e del prossimo come se stessi». La misura dell’amore del prossimo dunque è l’amore di sé, che è quanto forse maggiormente difetta nell’uomo. Reciprocamente, l’amore di sé rimanda all’amore degli altri e i due all’amore di Dio e per Dio. La misericordia consente tale gioco dell’amore nell’intimo di ogni comunità.

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José M. Castillo

El discurso que el papa Francisco tuvo, como felicitación navideña, a la Curia Romana el pasado día 21 de este mes de diciembre, está dando que hablar en los ambientes relacionados con la Iglesia. El papa les habló, a los miembros de la Curia, con la claridad y la libertad que le caracterizan. Y desde ahora afirmo que, desde su claridad y su libertad, el papa hizo, entre otras, dos afirmaciones que hacen temblar.

  1. Dirigiéndose a los cardenales, obispos, monseñores y demás personajes de la Curia, el papa les habló de “la desequilibrada y degenerada lógica de las intrigas o de los pequeños grupos que en realidad representan… un cáncer que… se infiltra en los organismos eclesiásticos”.
  2. Y en seguida añadió: “otro peligro, que es el de los traidores de la confianza o los que se aprovechan de la maternidad de la Iglesia, es decir de las personas que han sido seleccionadas con cuidado… pero se dejan corromper por la ambición y la vanagloria”.

O sea, a juicio del papa Francisco, la Curia que gobierna la Iglesia, es (en este momento) un enfermo grave, en el que “traidores de la confianza, que la misma Iglesia ha depositado en ellos, les ha llevado a actuar motivados por “la ambición y la vanagloria”.

¿Se puede pensar que el papa Bergoglio exagera al decir etas cosas sobre personas tan respetables? Con toda sinceridad, puedo afirmar que, pocos días antes de conocerse la renuncia de Benedicto XVI al cargo de Sumo Pontífice, uno de los más importantes personajes en el gobierno de la Iglesia, me dijo en Roma confidencialmente: “Rece mucho por la Iglesia, porque la situación, en este momento, es tan grave, que esta Iglesia que tenemos, no puede caer más bajo de lo que ya ha caído”.

¿Qué está pasando en la Iglesia? Sin miedo a exagerar o sacar las cosas de quicio, creo que se puede (y se debe) afirmar que el “desequilibrio” y la “degeneración”, que el papa denuncia de la Curia Romana, no se reduce a la Curia del Vaticano. Ese “desequilibrio” y esa “degeneración” se extiende – de una o de otra forma, con más o menos profundidad – por la Iglesia entera. Y aquí podemos decir que quien tenga las manos limpias, que tire la primera piedra. Y quede claro que yo soy el primero que lo digo. Porque somos muchos (más de los que nos imaginamos) los que tenemos mucho que callar.

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Padre Giulio Albanese

In questi anni di condivisione, nell’ambito del nostro Cenacolo di amici di papa Francesco (di cui questo sito è l’organo), vi è sempre stato grande interesse nei confronti dell’illuminato magistero sociale del pontefice. Per noi tutti, la sua visione e i suoi insegnamenti rappresentano una grande sfida, soprattutto per l’enfasi che egli ha posto in riferimento all’impegno condiviso contro la “cultura dello scarto” e la conseguente “globalizzazione dell’indifferenza”. A questo proposito, è bene sottolineare che per la Chiesa europea si tratta, in gran parte, di osteggiare, il cosiddetto “pensiero debole” occidentale pervaso da una perdurante mentalità coloniale. Basta leggere i giornali nostrani per rendersi conto, ad esempio, di come l’Africa venga puntualmente redarguita, in relazione al fenomeno migratorio, per le sue barbarie, quasi fosse irriducibilmente bocciata dalla Storia, quella delle grandi civilizzazioni. Sì, quasi fosse davvero la metafora del sottosviluppo di ieri, di oggi e di sempre. Come ricordava sensatamente il compianto storico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo tedesco e viaggiatore di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima di Cristo le coste dell’Africa Occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.