poveri

This HO picture provided by Vatican newspaper L'Osservatore Romano show Pope Francis closes the Holy Door at Saint Peter's Basilica to mark the end of the Jubilee of Mercy at the Vatican, 20 November 2016. 
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Bruno Secondin 

 

Sorprese non ne sono mancate durante questo Giubileo della misericordia, concluso ieri con la chiusura della porta santa della Basilica di San Pietro. Già lo stesso annuncio, nella primavera del 2015, aveva colto tutti di sorpresa. Ma quello che è avvenuto durante l’intero periodo della celebrazione ha superato ogni illusione di partenza ‒ espressa da molti, anche autorevoli osservatori ‒ che fosse un Giubileo in tono minore, più di intimismo devoto che di esperienza ecclesiale creativa. Con gesti inediti, come le visite ai centri della marginalità dei venerdì della misericordia; con i suoi viaggi presso le periferie più estreme, si pensi solo a Lesbo, o all’apertura della porta santa anticipata di una settimana a Bangui; con l’invenzione dei missionari della misericordia e la convocazione dei senza dimora o dei carcerati per vivere insieme il Giubileo, e mille altre iniziative sorprendenti, Francesco ha dato alla cultura della misericordia il vero spessore della vita, mandando in tilt ogni pia abitudine.

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Cardinale Jean-Louis Tauran

  1. Ponti, non muri.

Papa Francesco solitamente contrappone due immagini, quella della costruzione dei ponti e quella della costruzione dei muri, che permettono di misurare tutta la distanza tra l’Europa che papa Francesco sogna e quella esistente. Il recente conferimento del premio Carlo Magno è stata per lui un’occasione per ricordare all’Europa la sua vocazione umanistica, che è vocazione all’apertura e alla solidarietà. Nel ricevere il premio, Francesco ha detto che “l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, essa gli arreca meschinità […]. La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa”.

  1. Il precedente paolino.

Per comprendere lo stile “dialogante” di papa Francesco sarebbe interessante qui fare riferimento a un precedente che risale molto indietro nel tempo, addirittura alla prima generazione cristiana. Quando l’Apostolo Paolo giunse a Roma, in attesa di essere giudicato dall’imperatore al quale si era appellato per sfuggire a un tentativo di omicidio a Gerusalemme, gli fu concesso di abitare per conto suo, benché con un soldato di guardia (At 28,16).

Il dettaglio interessante narrato da Luca è che, già dopo tre giorni dal suo arrivo a Roma , egli fece chiamare i notabili dei Giudei e avendo fissato con lui un giorno, molti andarono da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano (cfr At 28,17a.23-24).

Come Paolo, papa Francesco è giunto a Roma, in qualche modo “prigioniero del Vangelo”, e fin dall’inizio del pontificato, ha iniziato il dialogo con i seguaci delle altre tradizioni religiose: “La Chiesa cattolica è consapevole dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose – questo voglio ripeterlo: promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose”[1]. Per lui il dialogo dell’amicizia non implica nulla di superficiale o buonista. Si tratta piuttosto di “una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose” (Evangelii Gaudium 250).

  1. Dialogo come incontro di pensieri.

Lo scorso 4 maggio, ai partecipanti ad un incontro di studio organizzato dal nostro Dicastero con il Royal Institute for Interfaith Studies di Amman, papa Francesco ha detto che “il dialogo è uscire da se stessi, con la parola, e ascoltare la parola dell’altro. Le due parole si incontrano, i due pensieri si incontrano. E’ la prima tappa di un cammino. Dopo questo incontro della parola, i cuori si incontrano e incomincia un dialogo di amicizia, che finisce con la stretta delle mani. Parola, cuore, mani. E’ semplice! Lo sa fare un bambino… Perché non farlo noi? E questo è – piccolo, piccolo, piccolo – il passo della costruzione, dell’amicizia, della società. Tutti abbiamo un Padre comune: siamo fratelli. Andiamo su questa strada, che è bello!”. E sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso il 23 maggio, nello storico incontro con Ahmed al-Tayyeb, grand imam dell’Università Al-Azhar del Cairo: “Il nostro incontro è il messaggio”. Una stretta di mano che ha fatto il giro del mondo, a significare il rinnovato impegno comune delle autorità e dei fedeli delle grandi religioni per la pace nel mondo, il rifiuto della violenza e del terrorismo, l’attenzione alla situazione dei cristiani nel vicino Oriente.

Per comprendere meglio in che senso il magistero di Papa Francesco non è solo un magistero di dialogo, ma un magistero “dialogante”, si può citare quanto ha affermato Eugenio Scalfari nel corso della serata “Processo al potere” al Teatro Eliseo a Roma: “Questo Papa non è guerriero, è rivoluzionario […]. Lui nomina anche nei posti più alti persone che non gli assomigliano e che lo combattono[…]. Io ho detto al Papa: la fede unisce, ma nel Sinodo, dove sono tutti uomini di fede, poi non convergono su alcuni punti, e alcuni di questi lei li ha messi in testa. E lui mi ha risposto: ‘sì, perché la prima cosa da fare tra noi cristiani è ascoltare e farsi ascoltare’. Cose che poi ho trovato scritte sull’Osservatore Romano: le norme vanno rispettate e mai abbandonate, però quando si applicano si lavora con discernimento, caso per caso”[2].

«Un dono straordinario per la Chiesa, in particolare a favore dei più poveri». Così, l’arcivescovo di Lucca, mons. Italo Castellani, ha voluto definire fratel Arturo Paoli, religioso missionario, della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, morto domenica notte, a 102 anni, a San Martino in Vignale. Domani, alle 18, le sue esequie nella cattedrale di Lucca. Il salvataggio di centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui fu riconosciuto “Giusto fra le nazioni”, l’impegno nell’Azione Cattolica in Italia, l’esperienza missionaria a difesa dei deboli in America Latina, dove conobbe il futuro Papa Francesco, sono alcuni tratti della biografia di questo maestro di spiritualità, ricevuto dal Pontefice nel gennaio 2014 a Santa Marta. Al microfono di Fabio Colagrande (Radio Vaticana), don Luigi Verdi, della fraternità di Romena, lo ricorda così:

Quello che mi ha sempre colpito di lui era la leggerezza. Diceva che quello che rende bella la vita è il non portare fardelli: “Non ti posso dire – diceva – che la mia vita sia stata buona. E’ stata anche piena di difficoltà… Però queste avversità mi sono sempre servite ad avanzare, a vedere più in là e soprattutto a liberarmi da tutta la mia pesantezza”. Aveva, per così dire, una grandezza basata sulla leggerezza. La capacità di non farsi avvelenare da niente e poi dava un grande valore all’amore di Dio: “Non siamo noi ad amare Dio – diceva fratel Arturo – ma è Dio che ama noi”. Insisteva sul fatto che Dio non si conquista, ma si accoglie. E sulla tenerezza e la misericordia di Dio, che lui riusciva sempre a far emergere, un po’ come sta facendo Papa Francesco. Lui diceva che noi pensiamo sempre al rapporto con Dio come a qualsiasi altra relazione umana, in cui si costruisce, si fa… In realtà, Dio ha bisogno dell’uomo non tanto per realizzare qualcosa, ma ha bisogno della sua tenerezza, ha bisogno del vuoto dell’uomo, dei limiti dell’uomo, di questa impotenza dell’uomo. Ed è proprio lì che emerge tutta la tenerezza e la misericordia di Dio. E chiaramente, poi, per fratel Arturo era centrale l’attenzione ai poveri. Lui diceva: “Mi convinse a entrare nei Piccoli Fratelli il fatto di stare in mezzo ai poveri”. Era certo che la Chiesa dovesse stare con i poveri e che esistesse solo un cammino alla fine, quello di Gesù, e cioè accorgersi che nella vita le persone hanno bisogno di poche cose: un pezzo di pane, un po’ di affetto, sentirsi a casa da qualche parte. Ultimamente diceva che oggi i poveri sono le prime vittime di un sistema economico disumano e che la giustizia – per lui – esprimeva la necessità di stare dalla loro parte. Era meraviglioso il fatto che non si sentisse troppo vecchio per partecipare: fino a novant’anni partecipava a tutto! E quando era giovane non si sentiva troppo giovane per non guidare, per non dare indicazioni.

  1. La Chiesa dei poveri e la nonviolenza

La Chiesa dei poveri di Romero è l’erede non solo del gesuita Padre Rutilio Grande che lo aveva aiutato a comprendere i meccanismi dell’impoverimento e dell’economia che uccide, ma anche di Carlos Mesters che insegnava una lettura popolare della Bibbia, di Ernesto Cardenal e la sua lettura popolare del Vangelo a Solentiname, di Frei Betto e Paulo Freire che insegnavano ad essere dei veri educatori e negli stessi anni in Italia lo facevano don Milani, don Primo Mazzolari, Giovanni Vannucci, Turoldo, Balducci, don Tonino Bello…

Ed è la Chiesa dei Poveri di Enrique Dussell, Jon Sobrino… di don Sergio Mendes Arceo, che creerà, dopo l’uccisione di Romero, i Comitati Oscar Romero in tutto il mondo, di Dom Helder Camara, mons. Proano, che si faranno viandanti e pellegrini della Chiesa dei poveri e che indicavano vie inesperite per coniugare fede e vita.

«Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociolo­gica, politica o filosofica. Dio concede loro «la sua prima misericordia». Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi senti­menti di Gesù» (Fil 2,5).

Ispirata da essa, la Chie­sa ha fatto una opzione per i poveri intesa come una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tut­ta la tradizione della Chiesa».