Sinodo ordinario

1570510_Articolo

A cura di Fabio Colagrande

Al di là di quanto si legge su alcuni media, il clima che si sta vivendo al Sinodo è di grande fraternità: è quanto afferma il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

D.- È giusta questa lettura, Eminenza?

R.– Direi che innanzitutto c’è molta fraternità, soprattutto nei circoli minori: adesso che ci si conosce meglio si parla molto liberamente – e questo è un grande valore perché il Papa ce l’ha richiamato fortemente – e valorizzando più facilmente le opinioni degli altri, anche se sono diverse dalle tue. Questa mi sembra una cosa molto buona. Poi, speriamo che le cose continuino con questa libertà e fraternità.

D.– Il Papa, nella Santa Messa inaugurale, ha detto che una Chiesa con le porte chiuse tradirebbe se stessa: sentite anche l’impegno di essere uniti, alla vigilia del Giubileo della Misericordia?

R.– Ma certamente! Guardi, questa dell’apertura delle porte, di cui è simbolo anche l’apertura della Porta Santa nel Giubileo, è fondamentale per la Chiesa. Certamente, la Chiesa ha una dottrina che deve mantenere ferma, però se guarda direttamente alla dottrina e poi alla persona, può aver più difficoltà a capire la persona; se invece guarda direttamente alla persona e alle sue sofferenze, alle sue necessità concrete, poi trova nella dottrina una luce per venire incontro alla persona. Ma guardando direttamente alla persona, alle sue sofferenze, alle sue necessità concrete, si trova quello stimolo che invece non si ha guardando più astrattamente solo e direttamente alla dottrina.

D.– Si può dire che è un Sinodo pastorale e non dottrinale? E’ giusta questa definizione?

R.– Io non contrapporrei “dottrinale” a “pastorale”, perché la dottrina è per la persona, per il bene della persona e la pastorale è il bene della persona. A volte, però, la dottrina deve tener conto della situazione della persona, o meglio: deve diventare luce per dare una risposta alle necessità concrete. Quindi, si potrebbe dire: contrapponiamo dottrina astratta a pastorale, ma non dottrina a pastorale. La dottrina deve servire, nel suo nucleo profondo, a illuminare e a risolvere i problemi concreti.

Raffaele Luise

Don Sergio Mercanzin

Marco Vergottini

 

Una delle novità intervenute con i due Sinodi sulla famiglia ‒ quello straordinario del 2014 e quello ordinario che inizierà fra pochi giorni ‒ è stata la scelta di avviare un’ampia consultazione delle Chiese locali sulle questioni affrontate da parte dei Padri in assemblea. Per questo motivo come battezzati, intendiamo offrire ‒ in punta di piedi, senza sicumera, in spirito di piena parresìa evangelica ‒ alcune considerazioni sul prossimo Sinodo.

 

  1. Leggiamo in Misericordiae vultus che «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia… La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole». Questo appello ci sollecita come credenti a confidare che, anche nelle prove in cui pare di non vedere più alcuna via d’uscita, Dio sa aprire una via nuova. La misericordia di Dio è affidabile, a condizione che ‒ donne e uomini, pastori e fedeli ‒ siamo disposti ad affidarci a essa.
  2. Nei confronti di quanti tendono a leggere la post-modernità in chiave esclusivamente negativa, occorre vedere i germi di speranza che sono al suo interno. Il più largo accesso alla cultura, ad esempio, porta a essere maggiormente responsabili sulle decisioni riguardanti la famiglia e la generazione. I progressi della medicina con la capacità di curare le malattie, compresa l’infertilità e l’uso delle biotecnologie, sono sicuramente un luogo in cui leggere la volontà di Dio di esprimere, attraverso la creatività dell’uomo a cui Egli ha affidato il mondo, la potenza e la gioia amorosa della Sua forza creatrice.
  3. L’appello che taluni settori ecclesiastici fanno alla “legge naturale” come soluzione di molte questioni in tema di sessualità e legame matrimoniale rischia l’ambiguità, in quanto non si può parlare di “natura” se non all’interno di una realtà sociale, culturale, economica, religiosa. La persona umana è libertà che accoglie la propria struttura corporea, il suo rapportarsi agli altri, alla storia, alla cultura, al contesto sociale e politico, alla religione. Non si può pensare alla natura della donna e dell’uomo come a qualcosa che si realizzi al di fuori della storia, nel senso che non c’è accesso all’universale antropologico (natura) se non a partire dalle differenti esperienze culturali e personali. Tutto ciò ha delle evidenti ripercussioni su molti temi presenti nel Sinodo, quale quello del matrimonio, delle famiglie, degli anticoncezionali, degli omosessuali ecc.
  4. Se la Chiesa è madre, tutti i suoi figli (in quanto battezzati) fanno parte della comunità e niente deve poterli escludere da essa. Tutta la storia della salvezza mostra l’amore fedele di Dio per il popolo; un amore che ancora oggi è disposto a perdonare. Tale perdono suscita una risposta della persona umana al dono gratuito di Dio e spinge alla conversione; rimette in cammino, anche se talora il cammino deve fare i conti con situazioni che non possono cambiare (per esempio, divorziati risposati).
  5. La santa Chiesa è anche la Chiesa dei peccatori, che talvolta si presenta coi panni della prostituta infedele e che sempre deve percorrere la via della conversione, del rinnovamento e della riforma (LG 8; UR 4). Ciò vale per lo stesso matrimonio cristiano. Si tratta di un grande mistero in relazione a Cristo e alla Chiesa (Efesini 5, 32). Non sempre è dato realizzare nella vita questo mistero in modo pieno, ma sempre soltanto in forma frammentaria. In questo senso il matrimonio dei credenti è sotto molti aspetti un segno incompleto e vulnerabile dell’alleanza. I coniugi permangono in cammino e si ritrovano sotto la legge della gradualità (Familiaris consortio, 34). Hanno sempre bisogno della conversione e della riconciliazione e sono sempre di nuovo rinviati al Dio ricco di misericordia.
  6. Circa l’indissolubilità del matrimonio, il messaggio di Gesù racchiuso in Marco 10,11-12 costituisce l’annuncio del dono e l’invito a seguire la logica e la radicalità del Regno, piuttosto che risultare soltanto un codice prescrittivo e normativo. È in questa luce che andrebbero comprese le parole di Matteo 19, 9: se non in caso di porneia e quelle dell’apostolo Paolo (1 Corinti 7, 10-16) a proposito dei matrimoni dei convertiti, dove è messa in luce una chiara distinzione tra le parole di Gesù e le applicazioni concrete che in quel preciso momento si pongono.
  7. L’esclusione dei divorziati risposati dall’eucaristia pone dei problemi; essa, infatti, non è un premio per i perfetti, ma un sostegno per il cammino della vita. Inoltre, escludendoli dall’accesso all’eucarestia, si nega ai divorziati risposati una testimonianza importantissima nei confronti dei figli. Se la Chiesa nella storia dei primi secoli ha voluto accogliere nel suo seno i cosiddetti “lapsi” – cioè coloro che, sotto la minaccia delle persecuzioni, hanno rinnegato il battesimo, compiendo atti di adorazione verso gli déi pagani – non si vede il motivo per non approntare un itinerario di penitenza e di riammissione ai sacramenti per i divorziati risposati.
  8. A riguardo della contraccezione, l’attuale situazione realizza nei fatti una doppia verità morale: una oggettiva (la legge) e una soggettiva (la pratica pastorale). Il messaggio dell’Humanae vitae circa il valore della sessualità come grammatica dell’amore coniugale e il nesso imprescindibile tra sponsalità e generazione deve essere nuovamente riscoperto. L’accoglienza del figlio, nel rispetto della qualità dialogica della relazione di coppia, esige una decisione responsabile che non può essere garantita a priori da nessun metodo contraccettivo. Un metodo cosiddetto naturale può essere accompagnato da un egoismo della coppia, così come un metodo considerato artificiale può mantenere un’apertura alla fecondità. Il compito vero è, dunque, quello di educare la coscienza a riconoscere quell’appello, che essa non si dà e che è la voce di Dio, che la chiama a volere il bene.
  9. Se una coppia di persone omosessuali decide di vivere la propria relazione affettiva in modo fedele, non si può valutare a priori questa decisione come negativa sotto il profilo morale, perché il discernimento deve necessariamente fare i conti con le possibilità effettive di un soggetto e queste sono legate alla sua storia e al suo vissuto, personale e culturale. La comunità cristiana deve accogliere al suo interno, senza discriminazioni, coloro che hanno un orientamento omosessuale e decidono di seguire il Signore Gesù.
  10. Che cosa potranno dire e decidere i padri sinodali? Forse non potranno risolvere tutte le questioni aperte. Quello che pare di poter raccomandare è che il Sinodo dei Vescovi e l’intera comunità cristiana sappiano “abitare le domande” delle famiglie e delle donne e degli uomini del nostro tempo, Sapendo che il primato è di Cristo e ciò che conta è la relazione con Lui. Se poi il Signore Gesù accende un fuoco che purifica e non spegne il lucignolo fumigante, consegue che la Chiesa debba essere tanto franca nell’ammonire, quanto pronta a guarire, poiché salus animarum suprema lex.

 

Foto Sinodo

Intervista a mons. Bruno Forte

A cura di Fabio Colagrande:

Le due Lettere “Motu Proprio” di Papa Francesco, che riformano il processo canonico di nullità matrimoniale, possono essere lette come una nuova sottolineatura del primato della misericordia di Dio. A sostenerlo è mons. Bruno Forte, teologo, arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario speciale del prossimo Sinodo ordinario dedicato alla famiglia.

– Mi sembra che la riforma del processo canonico vada inserita nella più generale opera di riforma della Chiesa alla luce del Vangelo che Papa Francesco sta portando avanti. Ecco perché non esiterei a dire che si tratta anzitutto di una riforma in senso evangelico, nel senso cioè di dare sottolineatura al primato della misericordia di Dio, alla prossimità alle situazioni umane, alla ricerca di vie ispirate insieme alla giustizia e alla carità. Dal punto di vista delle soluzioni giuridicamente proposte, mi sembra che alcune siano di grande importanza. La prima è che una sola sentenza basti per la dichiarazione della nullità, mentre finora era obbligatorio che ci fosse una doppia sentenza conforme. Questo da una parte riduce molto i tempi, dà molta più serenità alle coppie che non devono restare in lunghe attese, e certamente semplifica il processo canonico. Poi, anche il ruolo centrale del vescovo che diventa il punto di riferimento – anche in questo campo – dei suoi fedeli. Mi sembra che qui ci sia un riconoscimento della ecclesiologia del Vaticano II, del valore della sacramentalità dell’episcopato, del valore della collegialità episcopale.

Un altro aspetto della riforma di Papa Francesco è quella di tempi più veloci e costi più bassi, snellimento e scelta della gratuità. Che significato ha?

– Per me, un significato molto molto grande. Proprio in quanto moderatore di un tribunale ecclesiastico regionale, mi rendo conto come a volte la giustizia lenta sia ingiusta, non sia giustizia. Dunque è assolutamente necessario che i tempi siano contenuti, in modo da dare serenità a persone che a volte hanno atteso per anni una risposta importante per la loro coscienza. Dall’altra parte, la gratuità più ampia possibile consente a tutti, specialmente ai poveri, di affidarsi al giudizio della Chiesa e di fidarsi di essa perché ne hanno bisogno: è un principio assolutamente necessario su cui Papa Francesco insiste e che rende più possibile, proprio per questo maggiore carattere pastorale, questa maggiore vicinanza del giudice al fedele, che la riforma stabilisce.

Quanto questa riforma di Papa Francesco recepisce delle istanze che sono maturate durante il Sinodo straordinario e durante tutto il percorso che sta portando al nuovo Sinodo ordinario sulla famiglia?

– Credo moltissimo. Perché è stata unanime da parte di tutti i vescovi del mondo questa richiesta che si abbreviassero e semplificassero i processi per la nullità matrimoniale e si mettesse in luce anche questo principio, il più possibile ampio, di gratuità, di prossimità alla gente. Mi sembra che Papa Francesco abbia esattamente scelto, in questa direzione. Quindi questa riforma – naturalmente, con l’autorità che ha il Vescovo successore di Pietro e quindi con il suo discernimento ultimo –  è voce anche di tutto l’episcopato che si era espresso in questa direzione.

Quindi che tipo di influenza potrà avere questa riforma sulla prossima discussione sinodale, secondo lei?

– Di fatto, semplifica molto il lavoro, perché molti punti che sarebbero stati nuovamente ripresi sono stati, con questa riforma, approvati, risolti; e dall’altra parte, naturalmente, c’è il grande lavoro che poi spetta a tutti i vescovi del mondo: l’applicazione della riforma a partire da quell’8 dicembre prossimo in cui essa diventerà di fatto operativa. E occorre attrezzarsi, occorre anche su questo, forse, come vescovi, aiutarsi gli uni con gli altri per trovare le vie più adeguate per corrispondere allo spirito e alle norme delle nuove procedure.

Da Radio Vaticana 9 settembre 2015

Mentre il cammino del Sinodo ordinario entra nel vivo‎, con l’elaborazione dell’Instrumentum laboris, e mentre alcuni episcopati si stanno collocando contro la linea aperturista del papa e dei settori più sensibili della Curia, è utile chiedersi che cosa si aspetti il popolo di Dio (ma non solo) dalla chiusura del percorso sinodale, quasi un piccolo concilio  di martiniana memoria ‒ sul tema  della famiglia. Emergono tre questioni cruciali, nella più vasta problematica della famiglia a livello globale, che il Sinodo ordinario dovrebbe affrontare: la questione di grande valenza pratica e simbolica della comunione ai divorziati risposati, la questione delle unioni omosessuali e il problema della contraccezione con la connessa necessità di un esame finalmente coraggioso dell’Humanae vitae.

Sul primo punto, il più dibattuto al Sinodo straordinario‎, ancora nella messa celebrata a San Giovanni in Laterano per il Corpus Domini, papa Francesco ha ripetuto l’appello che la comunione e i sacramenti non sono premio ai giusti, ma viatico per chi sbaglia, cade e vuole rialzarsi. C’è in queste (ripetute) parole tutta un’ecclesiologia ispirata alla misericordia e all’abbraccio con il mondo, capace di ridare vita a un corpo stanco e in grave crisi che per troppo tempo si è trincerato dietro al giuridicismo, al dottrinalismo e al devozionismo e alla pura difesa dell’apparato ecclesiastico, a detrimento dell’autentica Tradizione che custodisce il fuoco e non la cenere. Su questo punto vivissima è l’attesa che il Papa, nel contesto più ampio dell’Anno della misericordia, marchi un qualche cambiamento concreto che metta al riparo il percorso sinodale dal rischio del fallimento, magari accogliendo la linea penitenziale indicata dal cardinale Kasper.