terrorismo

muri insanguinati

 

 

Raffaele Luise

«C’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e che minaccia l’intera umanità.  Di questo terrorismo base si alimentano i terrorismi derivati come il narco-terrorismo, il terrorismo di Stato e quello che è erroneamente chiamato terrorismo etnico o religioso». Parole fortissime che papa Francesco aveva pronunciato durante la conferenza stampa in volo verso la Polonia lo scorso 31 luglio, e che ha ribadito nel corso dell’Incontro con i movimenti popolari del mondo in Vaticano il 5 novembre, in un discorso che si segnala come uno dei più belli del pontificato. Un dominio dell’”economia che uccide”, come aveva scritto in Evangelii gaudium, divenuto oggi dittatura economico-sociale diffusa a livello globale, come espressione concreta di quel paradigma tecnocratico che governa il mondo, che Francesco aveva condannato nella Laudato Si’.
“Ma nessuna tirannia ‒ ha rincarato il pontefice davanti ai movimenti popolari ‒ si sostiene senza sfruttare e moltiplicare le nostre paure”. Toccando così quello che è lo Zeitgeist (lo spirito del tempo) di questo inizio di millennio dominato da una “paura liquida”, come ha osservato Baumann.  Un sentimento che nasce quando il presente ti sgomenta, il futuro ti spaventa. E quando gli altri, tutti gli altri, ti appaiono come una minaccia, come un esercito invasore, per dirla con Michele Ainis. Nasce da qui la paura dei poveri e degli impoveriti dei Paesi ricchi che li spinge a rifiutare accoglienza e a scacciare i più poveri, che fuggono dai loro Paesi sconvolti da fame e guerra. E così si alzano «muri ‒ ha detto il papa ai movimenti popolari ‒ che rinchiudono alcuni ed esiliano altri. Cittadini murati, terrorizzati da un lato; esclusi, esiliati, ancora più terrorizzati dall’altro».
Muri insanguinati ‒ ha proseguito Francesco ‒ che proiettano un’ombra fosca sullo stesso destino della democrazia. Perché, sentendosi minacciati dagli immigrati, sul piano del lavoro, della prosperità e della sicurezza, i cittadini della fortezza Europa, giungono a negare i diritti fondamentali agli stranieri, pensando in questo modo di difendere i propri diritti. Ma sottovalutando nello stesso tempo il paradosso drammatico che si viene a creare, e che Michele Ainis sintetizza nella domanda: “Può esistere un’entità politica antidemocratica verso l’esterno, che si conservi democratica al suo interno?”. Il populismo e la xenofobia   fanno così scivolare i sistemi democratici verso la “democratura” (come la definiva Predrag Matvejevic) e verso la chiusura nazionalista, come ci mostra il panorama inquietante dell’ Europa dell’ Est.

Dove sono i leoni

BY 26 novembre 2015 Articoli

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Raniero La Valle

Il papa va a Bangui ad aprire l’anno santo della misericordia e siccome le grandi idee hanno bisogno di simboli concreti il papa, per significare l’ingresso in questo anno di misericordia, aprirà una porta. Ma per lo stupore di tutte le generazioni che si sono succedute dal giubileo di Bonifacio VIII ad oggi, la porta che aprirà non sarà la porta “santa” della basilica di san Pietro, ma la porta della cattedrale di Bangui, il posto, ai nostri appannati occhi occidentali, più povero, più derelitto e più pericoloso della terra.

Ma si tratta non solo di cominciare un anno di misericordia. Che ce ne facciamo di un anno solo in cui ritorni la pietà? Quello che il papa vuol fare, da quando ha messo piede sulla soglia di Pietro, è di aprire un’età della misericordia, cioè di prendere atto che un’epoca è finita e un’altra deve cominciare. Perché, come accadde dopo l’altra guerra mondiale e la Shoà, e Hiroshima e Nagasaki, abbiamo toccato con mano che senza misericordia il mondo non può continuare, anzi, come ha detto in termini laici papa Francesco all’assemblea generale dell’ONU, è compromesso “il diritto all’esistenza della stessa natura umana”. Il diritto!

Di fronte alla gravità di questo compito, si vede tutta la futilità di quelli che dicono che, per via del terrorismo, il papa dovrebbe rinunziare ad andare in Africa (“dove sono i leoni” come dicevano senza curarsi di riconoscere alcun altra identità le antiche carte geografiche europee) e addirittura dovrebbe revocare l’indizione del giubileo, per non dare altri grattacapi al povero Alfano.

Ma il papa, che ha come compito peculiare del suo ministero evangelico di “aprire la vista ai ciechi”, ci ha spiegato che il vero mostro che ci sfida, che è “maledetto”, non è il terrorismo, ma è la guerra. Il terrorismo è il figlio della guerra e non se ne può venire a capo finché la guerra non sia soppressa. La guerra si fa con le bombe, il terrorismo con le cinture esplosive. Non c’è più proporzione, c’è una totale asimmetria, le portaerei e i droni non possono farci niente. Possiamo nei bla bla televisivi o governativi fare affidamento sull’”intelligence”, ma si è già visto che è una bella illusione.

Questo vuol dire che per battere il terrorismo occorre di nuovo ripudiare quella guerra di cui, dal primo conflitto del Golfo in poi, l’Occidente si è riappropriato mettendola al servizio della sua idea del mercato globale, e che da allora ha provocato tormenti senza fine, ha distrutto popoli e ordinamenti, suscitato torture e vendette, inventato fondamentalismi e trasformato atei e non credenti in terroristi di Dio.