Vangelo

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Esplorare in profondità il magistero di Carlo Maria Martini è l’intento della raccolta a cura di M. Vergottini, Perle di Martini. La Parola nella città (1980-2002), EDB, Bologna 2018, che  utilizza come fonti le lettere, idiscorsi e gli interventi scritti e pronunciati dal 1980 al 2002 in qualità di arcivescovo di Milano. Scandagkliando quell’oceano cartaceo, sono affiorate un centinaio di perle, tutte di sorprendente attualità, affidate al commento di autorevoli esponenti del mondo ecclesiale e della società civile. Qui di seguito pubblichiamo le perle ricamate da S. Ecc. mons. Pierbattista Pizzaballa, Amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, e dal prof. Peter Hünermann, docente emerito di Teologia sistematica presso la Facoltà di Teologia cattolica di Tübingen

 

Gerusalemme: storia, mistero, profezia

Come si può parlare di Gerusalemme? «Gerusalemme ‒ per citare Chateaubriand negli Itineraires ‒ il cui nome evoca tanti misteri, colpisce l’immaginazione, sembra che tutto debba essere straordinario, in questa straordinaria città»? Credo che una prima premessa sia questa non si può parlare di Gerusalemme senza amarla. Amarla di quell’amore con cui l’ha amata Davide, nell’interpretazione moderna di Carlo Coccioli, che gli fa dire «Ah! se avevo amato Gerusalemme, se l’avevo amata contemplandola dall’esterno, ne impazzii letteralmente, pazzia d’amore, valutando dall’interno la sua bellezza indescrivibile».

(C.M. Martini, Gerusalemme. Atti della XXVI Settimana Biblica – Brescia 1982; in La Parola nella città, EDB, Bologna 1982, pag. 243)

 

Sì, il cardinale Martini ha amato Gerusalemme, scegliendola come ideale di Città che è e che verrà. “Dì che Gerusalemme è”: in un verso Paul Celan condensa l’amore per Gerusalemme, alla quale il Signore Dio ha donato sovrabbondanza di bellezza e di sapienza e la totalità del dolore. Con franchezza, il Cardinale aveva riconosciuto che essa le si era rivelata dolorante di sangue, orrore e morte più del turbolento passato che le appartiene. Bella da togliere il fiato, mai uguale a sé stessa, sempre capace di suggestioni che riempiono l’anima, spalanca le sue braccia ad ogni uomo accogliendone paure e sofferenze, come una madre.

L’intera vita del Cardinale, la risposta alla vocazione ricevuta, il sacerdozio, gli studi biblici, la docenza, l’impegno pastorale, il servizio episcopale, tutto penso si possa leggere come scaturito, sostenuto, nutrito da questo amore, come egli ha testimoniato qui (2002-2008), meta del cammino di una vita che sentiva nata a Gerusalemme. La Città l’ha accolto sicura del suo amore, con naturalezza e gioia, con discrezione e sollecitudine.

Qui ha scelto di continuare il suo servizio di pastore, di continuare cioè a vegliare, ad aver cura di ogni persona e situazione attraverso la preghiera di intercessione, scelta come principale quotidiana occupazione. Un atteggiamento caro alla Bibbia da Abramo, Mosè, Samuele, Davide, Amos, Geremia, a Cristo Signore, che alla destra del Padre intercede a nostro favore (cf Eb 7,25; Rom 8,34). Sono «i piccoli, che ricevono dall’alto il dono dell’intercessione e danno grande valore a questo atteggiamento che è lo stare davanti a Dio per altri», spiegava il Cardinale, perché solo i piccoli hanno la semplicità e l’umiltà necessarie per non lasciarsi condizionare dalle sottili distinzioni di dotti e sapienti.

Portava l’esempio di Etty Hillesum, che nel 1942 scrive: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». E prega:

Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita… Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

La preghiera di intercessione svela così una grande, semplice verità: Dio vuole da noi un concreto interessamento degli uni per gli altri, un aversi a cuore ad immagine della cura che Egli ha di ogni uomo, interpellandolo con un interrogativo antico e attualissimo: Dov’è tuo fratello? (Gen 4,9); è il Giudizio finale (cf Mt, 25, 31-46)!

Spiega il Cardinale:

L’intercessore è qualcuno che sceglie di vivere secondo il progetto di Dio, che spera fermamente che esso si verifichi anche negli altri. È una persona che ha cura realmente dei suoi fratelli e delle sue sorelle e desidera che essi vivano secondo la volontà di Dio. Perciò la presenza di molti intercessori è anche un mezzo per realizzare una comunità che corrisponda al piano di Dio e promuovere il lavoro di riconciliazione tra individui, popoli, culture e religioni e tra l’uomo e il suo Dio.

Quale miglior modo per continuare a vivere il proprio ministero avrebbe mai potuto scegliere il Cardinale, per l’ultimo tratto del suo cammino? La malattia è venuta a interrompere il suo sogno di morire a Gerusalemme, ma non a diminuire il suo amore per Città santa. E sono certo che la sua preghiera continua ad intercedere per noi la speranza di Isaia: In Gerusalemme sarete consolati (Is 66, 13b).

Pierbattista Pizzaballa o.f.m.

 

«Il tempo è più nobile di mille eternità»

La relazione che il cristiano, vive col tempo appare, a prima vista, paradossale: da una parte il tempo per il cristiano è qualcosa di prezioso, di denso, di pieno, e dall’altra è qualcosa di leggero, di relativo. Penso alla parola provocatrice di Angelo Silesius: «Il tempo è più nobile di mille eternità». Espressione enigmatica, ma mette in luce che per il cristiano il tempo è il luogo precario e fragile in cui decide della propria eternità.

(C.M. Martini, Alla XI sessione della “Cattedra dei non credenti”; in Nel sabato del tempo, EDB, Bologna 2001, pag. 564)

 

All’inizio del vangelo di Marco si trova una sintesi del Vangelo, del messaggio di gioia che Gesù annuncia: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo» (1,13).

Il Vangelo è innanzitutto e soprattutto annuncio del tempo, che non è più vuoto: non un tempo, che ininterrottamente dà e immediatamente riprende; non un tempo che è la garanzia della fugacità di ogni attimo, dono che è subito ritiro. Il Vangelo è la pienezza del tempo. Come si può pensare questo? Il tempo, che Gesù annuncia, è l’arrivo della signoria di Dio.

Nel tempo vuoto, dove si trova Dio? Egli è il Dio infinitamente lontano, da cui il tempo fugace è più distante dell’intera grandezza del mondo. Il tempo vuoto: la somiglianza con un Dio sottratto nella sua eternità è minore di un alito. Che cosa annuncia Gesù? Il tempo è colmo, strapieno. Nella fugacità del tempo, nel minuscolo momento del presente, Dio si avvicina all’uomo con tutta la sua gloria e potenza, con tutta la sua misericordia e fedeltà. Nel qui e ora si dischiudono a colui che ascolta il lieto messaggio, vita e spazio, semplicemente: il mistero di Dio stesso.

Due piccolissime parabole di Gesù – entrambe lunghe solo un versetto – permettono di cogliere il “come” di questo evento: la parabola del tesoro nel campo (Mt 13,44) e quella del lievito (Mt 13,33).

Il tesoro viene scoperto nel campo del quotidiano, nella fatica e monotonia del lavoro e nella gioia del raccolto: un insperato accadere, un dono puro. Chi vuole ricevere questo dono, deve comperare il campo. La seconda parabola lo spiega: la donna mescola il lievito con la farina dei molti giorni. E il dono trasforma i molti giorni, li rende godibili, li fa diventare pane della vita.

 «Oggi, se udite la sua voce…» (Eb 3,7.15). È la parola del Padre, che ci ha raggiunto, quella parola, «per mezzo della quale ha creato anche gli Eoni» (Eb 1,2); «piena di vita è la parolaۛ» (Eb 4,12). È lo Spirito del Padre – e del Figlio – che entra in noi (cf Eb 6,4).

Il Vangelo è in un primo momento per certi versi estraneo, perché la nostra conversione richiede tempo e deve compiersi gradualmente. Allo stesso tempo, però, la forza motrice dello Spirito plasma la nostra vita nel susseguirsi delle fasi della vita. La conversione è un processo di natura complessa, che a partire dalla molteplicità frammentata rende integra la nostra vita.

Peter Hünermann

15/05/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del Mercoledì di papa Francesco

«Il ritorno a Cristo e al Vangelo è stato il filo conduttore del discorso che il Papa ci ha rivolto. Nel ripensare la dimensione di una Chiesa, che come ha ricordato Francesco è ‘semper reformanda’, è necessario ripartire dal principio che ci costituisce, ci fa Chiesa e ci rigenera». Ad affermarlo è Serena Noceti, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, vicepresidente dell’Associazione teologica italiana (Ati) e delegata al 5° Convegno nazionale ecclesiale di Firenze.

Il cuore del Vangelo

«Questo principio che ci riforma, come ha sottolineato Francesco è la Parola di Gesù» ricorda la teologa. «Dunque non è una dottrina, ma una realtà e un farsi carne che possiamo contemplare. E lo sguardo è stato rimandato al giudizio finale e alla carne di Cristo segnata dalla passione, la carne di un uomo che si è fatto vicino a noi. È stato il cuore del Vangelo a risuonare tra le volte di S. Maria del Fiore, ribadito con parole intense, ma comprensibili per tutti, vicine».

“Farsi carne”

L’umanesimo cristiano – ha spiegato Francesco a Firenze, prendendo spunto dal tema del Convegno della Chiesa italiana, – ha i tratti dei sentimenti di Gesù: umiltà, disinteresse e beatitudine. «Vuol dire – spiega la Noceti – ripartire da quello sguardo sul mistero di Cristo che la Lettera ai Filippesi in particolare ci presenta. Questo ‘stare nella carne’, vivere fino in fondo il processo dell’abbassarsi. Per comprendere, come ha detto il Papa, che la Gloria di Dio non coincide con la nostra sovraesaltazione o il nostro porci al centro».

«Importante poi – nel discorso papale – questa triparatizione: umiltà, disinteresse, beatitudine, che costituisce una critica radicale a quelle forme di narcisismo e autocompiacimento, quella logica della ricerca del successo, che sembra invece la parola d’ordine nel contesto attuale. Direi che alla Chiesa – aggiunge la Noceti – è richiesta soprattutto la prospettiva del ‘farsi carne’. Invito che assume anche un sapore critico nei confronti di uno stile che invece spesso si concentra sull’affermazione personale, l’affermazione di un tornaconto o ancora un’allegria che non ha la radice, la semplicità e la forza della vera beatitudine evangelica, quella dei poveri di spirito».

Le due tentazioni

«La lettura poi delle due tentazioni, dalle quali ha messo in guardia la Chiesa italiana: pelagianesimo e gnosticismo, è stata estremamente lucida», aggiunge la prof. Noceti.  «Questi due poli, quello della sicurezza individuata nella norma e nel conservatorismo, nella progettazione astratta, e quello del soggettivismo di base, della chiusura in se stessi, sono i veri due mali della Chiesa italiana, ma direi anche della cultura italiana. Sono due modelli soteriologici, quindi di salvezza, che rimandano a due modelli di relazione con Dio e con le persone».

Un popolo di santi e esploratori

«È stato bello che il Papa abbia contrapposto a questi due rischi due prospettive che corrispondono allo stile della presenza cristiana in Italia: quella degli esploratori e quella dei santi», aggiunge la Noceti. «Mi è piaciuta questa immagine dell’esploratore capace di pensare e cercare luoghi diversi nei quali dobbiamo confrontarci con la fragilità e l’incertezza. Poi la dimensione della santità non pensata come lontana dalla nostra vita, ma legata a processi di immanenza, incarnazione. Dobbiamo ascoltare lo Spirito e superare l’individualismo immergendoci nella realtà». «Per il Papa la riforma della Chiesa ‒ conclude la teologa ‒ è soprattutto un appello alla conversione rivolto a tutti noi, non solo alle strutture ecclesiali».

(Fabio Colagrande)

 Fonte: http://it.radiovaticana.va/news/2015/11/11/il_papa_a_firenze_noceti,_invito_a_tornare_al_vangelo/1186033